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Codice appalti e lettera Ue, Finco: L’Europa che non vogliamo

di Carla Tomasi, presidente FINCO 11 Febbraio 2019

Appaiono francamente poco condivisibili, per non dire inaccettabili, alcuni dei contenuti della lettera che la Commissione europea ha inviato all’Italia circa la normativa nazionale in materia di appalti pubblici.

 

Va intanto precisato che lettere sono state recapitate ad altri 14 Stati membri (Bulgaria, Cipro, Cechia, Croazia, Danimarca, Finlandia, Germania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Romania, Svezia e Ungheria) ed altri Stati ancora stanno probabilmente per riceverle, visto che hanno completato il recepimento della Direttiva Europea in materia con grande ritardo. Siamo, dunque in buona compagnia; indice, probabilmente, del fatto che l’armonizzazione delle regole è, in generale, patrimonio comune, ma che ci sono specificità nazionali che ogni Stato sente il bisogno di “preservare.

 

Contestare, come fa la Commissione, il limite del 30% del subappalto o il divieto di subappalto o avvalimento a cascata o il limite alla subappaltabilità delle Opere Superspecialistiche, o mettere in dubbio (probabilmente leggendo male la norma) il divieto di avvalimento per le c.d. SIOS, previsti dal nostro Codice, lascia veramente attoniti e ci fa chiedere se è davvero questa l’Europa che vogliamo!

 

L’Europa che emerge da questa lettera è un’Europa che supporta un sistema con poca trasparenza e responsabilità, che premia l’assenza di qualificazione e che sostiene il proliferare di scatole vuote e di puri intermediari la cui presenza fa lievitare i costi dei lavori pubblici, fa diminuire la qualità dei lavori e destruttura le imprese che hanno maggiormente investito in qualità, formazione e sicurezza.

 

Un’Europa che ci chiede di dare maggiore discrezionalità alle Stazioni Appaltanti, e forse non sa che ne abbiamo circa 35.000.
Un’Europa che chiede di dare spazio alle piccole imprese e poi impone di sommare sempre i lotti per calcolare il valore dell’appalto, in modo che i requisiti di partecipazione siano più alti; ma in Italia non ci sono regole diverse sopra e sotto soglia, dov’è, dunque, il valore aggiunto per le pmi?

 

Se l’Europa non riesce a vedere tutte le storture che si creerebbero nel Nostro Paese se il subappalto fosse completamente libero (e non solo dal punto di vista delle infiltrazioni malavitose, ma anche da quello dell’impoverimento del tessuto imprenditoriale schiacciato dalla morsa del subappalto e non certo favorito nella partecipazione), se l’avvalimento non avesse vincoli e se le offerte venissero pilotate (perché è difficile immaginare o dimostrare che avvalendosi della stessa impresa, che, tra l’altro, potrebbe a detta della Commissione, anche concorrere autonomamente, poi non ci siano accordi a latere), dovremmo davvero interrogarci su quanto sia ampio il divario tra noi e l’Europa nel settore dei lavori pubblici.
Probabilmente una parte dell’Europa è quell’isola felice (ma sarà poi vero?) che noi non riusciamo ad essere perché abbiamo oltre trentamila imprese qualificate - o presunte tali- sul mercato.

Quindi il problema non è allargare il mercato, ma valutarlo per le sue reali capacità.
Queste le principali criticità connesse alla lettera della Commissione.

 

Vi sono anche altri aspetti che non condividiamo come la critica all’esclusione automatica delle offerte anomale (che da noi è già assistita da tutta una serie di limiti applicativi) o l’irrigidimento dell’esclusione anche a fronte di un provvedimento di accertamento non definitivo, ma la richiesta di intervento su subappalto e avvalimento è particolarmente intollerabile e confidiamo che il Governo abbia la giusta determinazione per rimandare al mittente le contestazioni.

 

Ci piacerebbe che sul tema del subappalto anche altri soggetti, tra cui il Sindacato battessero un colpo di una qualche rumorosità e sostenessero, realmente, le regole nazionali di restrizione al subappalto. In tal senso abbiamo indirizzato una nota anche, tra gli altri, al neo eletto Segretario CGIL Landini.

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