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27 Febbraio 2014

Sbloccadebiti Pa: ecco cosa hanno fatto in Spagna

di Vittorio Zirnstein

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Il primo ministro Matteo Renzi, nel discorso programmatico con cui ha ottenuto la fiducia, ha promesso di sbloccare in tempi rapidissimi il pagamento di una consistente quota (60 miliardi di euro) dei debiti della Pubblica amministrazione.

 

Un impegno che è stato ribadito in più occasioni, con una specifica in più: lo sblocco avverrà ispirandosi a quanto fatto in Spagna.

 

Al di là della truppa di annuitori, evidentemente preparatissimi sulle questioni di scienza delle finanze comparata, che hanno reagito scuotendo il testone dall'alto in basso alle parole di Renzi, cosa sia stato fatto in Spagna per risolvere il problema non è in realtà così noto.

 

D'altronde il riferimento alla Spagna viene naturale per un semplice motivo: oltre i Pirenei il pagamento dei debiti della Pa ha sostanzialmente funzionato, con il governo di Madrid che in soli 5 mesi ha saldato debiti per circa 27 miliardi di euro su un obiettivo di 35 miliardi, pari al 77% circa.

 

In Italia meno: secondo i dati del Mef, dall'emanazione dei decreti ministeriali sulla certificazione, del luglio 2012 e dopo varie modifiche, a fine 2013 sono stati restituiti 22,8 miliardi su un'obiettivo di 47.

 

Ossia il 48,5% in 15 mesi, sebbene i pagamenti effettivi si siano concentrati tra luglio e dicembre 2013.

 

Per capire cosa è stato fatto in Spagna corre in soccorso un rapporto firmato dall'ufficio studi di Ance.

 

L'associazione dei costruttori, peraltro, era stata interpellata dall'Unione europea per verificare il rispetto della direttiva comunitaria sui pagamenti.

 

Verifica che ha generato una minaccia di procedura d'infrazione se l'Italia non si metterà presto in regola.

 

Secondo la ricostruzione fatta da Ance, la differenza principale delle misure adottate da Madrid per garantire il pagamento rapido dei debiti accumulati dalle Pa verso fornitori, sta nel fatto che si sia trattato di un intervento una tantum, partito tra febbraio e marzo e concluso tra luglio e dicembre 2012.

 

I tempi stretti hanno messo alle fretta a imprese e burocrazie, inducendole a una corsa per risolvere la questione.

 

Le misure adottate hanno riguardato i debiti degli enti locali e quelli di società da essi interamente controllati.

 

A differenza che in Italia, quindi, non è stata compresa l'amministrazione centrale, e al suo posto sono state coinvolte società ed enti partecipati.

 

La procedura straordinaria di certificazione dei crediti ha imposto agli enti locali di predisporre elenchi delle fatture non pagate, lasciano alle imprese la possibilità di chiedere alle amministrazioni locali certificazioni individuali, con l'obbligo di rilascio da parte delle amministrazioni pubbliche.

 

Peraltro in tempi brevi.

 

A parte quest'ultimo dettaglio la procedura è del tutto simile a quella italiana.

 

Le fatture rimborsabili sono quelle emesse prima del primo gennaio 2012.

 

A differenza che in Italia potevano essere certificati anche i crediti per i quali fossero in corso procedimenti giurisdizionali.

 

A certificazione effettuata, l'ente debitore doveva predisporre un piano di assestamento decennale del bilancio che comprendesse un piano di risanamento dei conti sostanzialmente basato sul taglio della spesa corrente.

 

Nel caso di approvazione del piano, il governo, con l'intervento dell'Instituto de Crédito Oficial (equivalente alla nostra Cassa depositi e prestiti), erogava la cifra all'ente, consentendo all'amministrazione locale di pagare il debito verso i fornitori.

 

Tale cifra sarebbe poi stata ripagata dall'ente sulla base di un piano di ammortamento concordato con l'amministrazione centrale.

 

In alcuni case anche compensando le rate del debito con i trasferimenti dello Stato agli enti locali.

 

Per fare questo la Spagna ha dovuto ottenere un via libero europeo.

 

Non tanto per problemi di deficit: trattandosi come in Italia di debiti di spesa corrente non vanno a sommarsi al numeratore del rapporto deficit/Pil con il rischio di sforare il limite del 3% (in realtà già doppiato da Madrid), quanto di fiscal compact.

 

Le cifre nelle fatture inevase vanno infatti imputate a debito, aumentando quindi lo stock accumulato.

 

Il fatto, però, che si sia trattata di una misura una tantum, ossia straordinaria, non è andato a incidere con il pareggio strutturale di bilancio così come definito dal patto fiscale europeo.

 

Il modello spagnolo non coincide quindi al 100% con le ipotesi che stanno emergendo in Italia e che, in buona sostanza, sono quelle dettate dal presidente della Cdp, Franco Bassanini.

 

Queste prevedono una garanzia sui crediti inevasi dalle amministrazioni locali da parte della Cassa, in modo che possano essere scontati dal sistema bancario dalle aziende creditrici, trasformandosi in liquidità da immettere nel sistema economico.

 

Saranno poi gli enti debitori che si metteranno d'accordo con le banche, anche a seguito di un possibile accordo quadro, per un piano di rientro dal debito.

 

Anche in questo caso non ci sarebbero conseguenze sul deficit, ma se mai sul debito, con in più, però, il coinvolgimento del sistema bancario.

 

Nel caso del modello spagnolo, invece, servirebbe sostanzialmente un allentamento del patto di stabilità interno, e forse un via libera europeo, che così avrebbe una scusa in più per allungare l'occhio su conti e bilanci italiani.

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