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Smart working: una rivoluzione da 10 trilioni di dollari

di J.B. 3 Novembre 2018

Vantaggi immediati per il singolo lavoratore, ma anche benefici a lungo termine per ogni sistema-Paese che porterà un valore aggiunto lordo all’economia globale pari a 10 trilioni di dollari entro il 2030.

 

Questo il valore calcolato in The Added Value of Flexible Working, il primo studio socio-economico che analizza l’impatto di smart working commissionato da Regus.

 

La ricerca stima, su un orizzonte che arriva al 2030, benefici dalle pratiche di lavoro flessibile per una percentuale di impieghi compresa tra l’8% e il 13, con una riduzione dei costi per le imprese e un incremento della produttività. Una reazione a catena virtuosa per l’intera economia globale. Tra le nazioni che contribuiranno in misura maggiore al lavoro flessibile vi sono gli Stati Uniti con una percentuale del 13% sul totale e i Paesi Bassi, che raggiungeranno quota 12,3%.

 

Tra i sedici Paesi considerati dal rapporto, saranno Stati Uniti e Cina a beneficiare maggiormente degli effetti del lavoro flessibile. Il valore aggiunto lordo generato negli Usa sarà pari a 4,5 trilioni di dollari all’anno, più del 20% del PIL nazionale. Per la Cina, tale valore si attesta a 1,4 trilioni di dollari.

Tra i Paesi europei svetta la Germania, che potrebbe trarre benefici per 720,6 miliardi di dollari all’anno. Il beneficio per la Gran Bretagna si attesta a 553,2 miliardi di dollari annui, segue la Francia con 443 miliardi.

 

L’impatto sulla vita dei cittadini

L’analisi stima in 3,53 miliardi le ore spese per recarsi sul posto di lavoro che verrebbero risparmiate nel mondo entro il 2030. Una cifra che equivale al tempo passato al lavoro ogni anno da 2,01 miliardi di persone. In uno scenario di crescita accelerata, gli abitanti dei Paesi che sposeranno i principi dello smart working potranno beneficiare di un numero maggiore di ore risparmiate. I lavoratori cinesi recupereranno due ore ciascuno, mentre quelli statunitensi guadagneranno quasi un giorno intero da dedicare al tempo libero.

 

La situazione italiana

Anche In Italia continua a crescere lo Smart Working, che inizia a farsi largo anche nelle Pubbliche Amministrazioni. Nel 2018 i lavoratori dipendenti che godono di flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro sono ormai 480.000, in crescita del 20%. Il rapporto elaborato dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha fotografato la situazione nel nostro Paese ad un anno dall’approvazione della legge sul lavoro agile.

 

Secondo lo studio, i lavoratori smart si ritengono più soddisfatti dei lavoratori tradizionali sia per l’organizzazione del lavoro (39% contro il 18%) che nelle relazioni con colleghi e superiori (40% contro il 23%). Il 56% delle grandi imprese ha avviato progetti strutturati di lavoro agile, adottando modelli che introducono flessibilità di luogo, orario e promuovendo la responsabilizzazione sui risultati. Un dato in forte crescita rispetto al 36% di un anno fa. A queste, bisogna aggiungere un ulteriore 2% che ha realizzato iniziative informali e l’8% che prevede di introdurre progetti nel prossimo anno, per cui complessivamente circa due grandi aziende su tre stanno già sperimentando una qualche forma di smart working. Tra le piccole e medie imprese invece l’adozione di questa nuova modalità di lavoro risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2017. L’8% ha progetti strutturati e il 16% informali. A differenza delle altre tipologie di organizzazioni però, è ancora elevato il numero di realtà che si dichiarano completamente disinteressate all’introduzione di questo nuovo modo di lavorare, una quota pari al 38%.

 

La Pubblica Amministrazione, dopo un primo slancio, sta finalmente compiendo i primi passi avanti. L’8% degli enti pubblici ha avviato progetti strutturati di smart working, contro il 5% del 2017, mentre l’1% lo ha fatto in modo informale e un altro 8% prevede iniziative il prossimo anno. Nel 36% delle Pubbliche Amministrazioni il lavoro agile è assente ma di probabile introduzione, nel 38% incerta, il 7% non è interessata.

 

Secondo Fiorella Crespi, direttore dell’Osservatorio Smart Working, la ricerca rivela come nel settore privato questa modalità sia un fenomeno inarrestabile. La pubblicazione della legge sul lavoro agile ha avuto in sé un effetto promozionale ma, per lo meno nel privato, gli adempimenti formali introdotti dai regolamenti di attuazione rischiano di controbilanciare l’effetto positivo di un quadro normativo più chiaro.

 

Criticità e benefici

Dal punto di vista organizzativo, l’indagine rivela che lo smart working contribuisce ad aumentare la produttività di circa il 15% e a ridurre il tasso di assenteismo di circa il 20%. Secondo i manager che si trovano a gestire lavoratori smart, questo modo di lavorare ha un impatto molto positivo sulla responsabilizzazione per il raggiungimento dei risultati (37% del campione), sull’efficacia del coordinamento (33%), sulla condivisione delle informazioni (32%), sulla motivazione e la soddisfazione sul lavoro (32%) e la qualità del lavoro svolto (31%). Il 30% dei responsabili registra miglioramenti anche nella produttività, nella gestione delle urgenze e nell’autonomia durante lo svolgimento delle attività lavorative.

 

L’unico aspetto su cui l’11% dei manager dichiara un impatto negativo è la condivisione delle informazioni. Ma i benefici riguardano anche la riduzione dei costi di gestione degli spazi fisici in termini di affitti, utenze e manutenzioni, con il 30% di risparmi nelle aziende che hanno ripensato la struttura degli spazi, e il work-life balance, con almeno l’80% dei dipendenti di imprese con che hanno ottenuto un migliore equilibrio fra vita professionale e privata.

 

Fra le criticità di chi si avvale del lavoro agile, la più frequente è la percezione di un senso di isolamento circa le dinamiche dell’ufficio (18%), seguita dal maggiore sforzo di programmazione delle attività e di gestione delle urgenze (16%). Altre difficoltà sono legate alle distrazioni esterne, come la presenza di altre persone nel luogo in cui si lavora (14%), alla necessità di frequenti interazioni di persona (13%) e alla limitata efficacia della comunicazione e della collaborazione virtuale (11%). Sono pochissimi, inoltre, gli smart worker che incontrano difficoltà nell’uso delle tecnologie. Una buona percentuale di lavoratori agili (14%) non percepisce alcuna criticità.




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