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25 Maggio 2026

Il ritorno delle IPO riaccende l'entusiasmo dei mercati

di Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm

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La stagione delle offerte pubbliche iniziali (IPO) sembra essere entrata nel vivo. SpaceX ha annunciato l'intenzione di quotarsi nelle prossime settimane, mentre indiscrezioni simili arrivano anche dal settore dell'intelligenza artificiale, con OpenAI e Anthropic che starebbero valutando una quotazione nella seconda metà dell'anno.

Negli ultimi anni il numero di società quotate a livello globale si è progressivamente ridotto, complice l'aumento dei costi legati alla permanenza sui mercati pubblici, la crescente disponibilità di capitali privati e il consolidamento di molti settori. Una dinamica che ha ristretto l'universo investibile per gli investitori azionari tradizionali e che rende potenzialmente favorevole un ritorno di nuove quotazioni.

Il mercato delle IPO è però anche un indicatore storico del sentiment degli investitori. Negli Stati Uniti, durante la cosiddetta era dot-com tra il 1995 e il 2001, il numero di nuove quotazioni aumentò drasticamente, sostenuto dall'entusiasmo per la diffusione di internet e da una componente speculativa. In parallelo, l'abbassamento degli standard qualitativi portò molte delle società quotate in quegli anni a scomparire nei primi anni 2000.

La recente solidità dei mercati azionari, invece, non si è accompagnata a una nuova espansione delle IPO, riflettendo sia una maggiore prudenza degli investitori sia il ruolo crescente dei mercati privati, con molte aziende che scelgono di restare non quotate più a lungo grazie al sostegno di venture capital e private equity.

Esiste inoltre un aspetto operativo da considerare. Quando un gestore decide di partecipare a un'IPO, spesso deve liberare liquidità riducendo posizioni già presenti in portafoglio. Con un numero limitato di nuove quotazioni, l'impatto sul mercato tende a essere contenuto; tuttavia, un aumento significativo delle IPO potrebbe tradursi in maggiori pressioni di vendita sui titoli esistenti. Le IPO vengono osservate anche come misura della propensione al rischio degli investitori: una forte domanda per una nuova quotazione tende a riflettere un clima di ottimismo, mentre collocamenti deboli o performance deludenti dopo il debutto possono segnalare un deterioramento del sentiment di mercato.

È fondamentale inoltre considerare le modalità con cui gli indici incorporano le società di nuova quotazione. Ogni indice segue regole differenti: una società tecnologica può entrare relativamente rapidamente nel Nasdaq, anche nel giro di poche settimane, mentre Standard & Poor's applica criteri più stringenti, ad esempio in termini di redditività storica, che possono rallentare l'inclusione nell'S&P 500.

Il peso di una società all'interno di un indice dipende poi dal cosiddetto free float, ossia dalla quota di azioni effettivamente disponibile per la negoziazione sul mercato. Di conseguenza, una capitalizzazione elevata non implica necessariamente un peso rilevante nell'indice stesso. Dal punto di vista della performance, va inoltre ricordato che gli indici non includono una società al momento dell'IPO e quindi non partecipano agli eventuali rialzi iniziali successivi alla quotazione. Al tempo stesso, possono evitare parte delle correzioni che spesso seguono la fase iniziale di entusiasmo.

Nel complesso, riteniamo che l'attuale andamento dei mercati azionari sia sostenuto soprattutto dalla crescita degli utili societari più che da un'espansione eccessiva delle valutazioni. Continueremo comunque a monitorare attentamente gli indicatori di sentiment per individuare eventuali segnali di euforia o, al contrario, di indebolimento della propensione al rischio.

Numero di IPO negli Stati Uniti (Nasdaq e NYSE) - fonte Jay Ritter.

Richard Flax è direttore degli investimenti di Moneyfarm dal 2016 ed è responsabile di tutti gli aspetti della costruzione e della gestione dei portafogli Moneyfarm. In precedenza ha lavorato a Londra come analista azionario e gestore a PIMCO e Goldman Sachs Asset Management, nonché come analista obbligazionario presso Fleming Asset Management. Ha iniziato la sua carriera nel settore finanziario a metà degli anni '90 nel team di economia globale di Morgan Stanley a New York. Ha conseguito una laurea in storia presso l'Università di Cambridge, una laurea magistrale in relazioni internazionali ed economia presso la Johns Hopkins University e un MBA presso la Columbia University Graduate School of Business.

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