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3 Dicembre 2013

Fassino a Monitorimmobiliare: Serve un vero federalismo fiscale. Cominciando dal mattone

di Vittorio Zirnstein

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Politico di lungo corso, ex parlamentare e ministro, Piero Fassino, è coinvolto nel settore immobiliare su due fronti: quello di presidente dell'Anci, soprattutto in materia fiscale e Imu, e quello di sindaco di Torino, alla guida del rapido cambiamento produttivo, economico e sociale e pertanto anche urbanistico della città.

 

Fassino ha accettato di parlarne in esclusiva con Monitorimmobiliare.

 

Domanda: In questi ultimi tempi lei, sindaco Fassino, si è speso senza sosta perché la questione del riconoscimento da parte de governo delle compensazioni per la seconda rata Imu venisse risolta in quanto cruciale per i bilanci dei comuni, ci spiega in che senso?
Fassino: Per spiegarlo uso spesso il principio dei vasi comunicanti: se ho due contenitori e in uno immetto una certa quantità di liquido, nella stessa misura il liquido fuoriesce verso l’altro e viceversa.

 

Allo stesso modo funzionano il gettito Imu e il fondo di riequilibrio: tanti milioni entrano dalla tassazione degli immobili, di altrettanti lo Stato riduce i trasferimenti.

 

Anzi, in realtà il taglio è maggiore perché, come avvenuto ad esempio nel 2012, si è tenuto conto del gettito presunto che, come nel caso di Torino, è stato superiore a quello reale e quest’anno per quei comuni (come Napoli, Genova e Milano) che hanno alzato l’aliquota sulla casa principale, lo Stato calcola il rimborso sulla base dell’aliquota applicata nel 2012.

 

Dobbiamo considerare inoltre che i tagli sono attuati all’inizio dell’esercizio finanziario, mentre i comuni hanno bisogno di liquidità dal primo mese dell’anno per pagare il personale, le utenze, gli interessi sui mutui, ecc., ma le compensazioni per i mancati introiti della prima rata Imu sulla prima casa sono arrivate in ritardo di oltre due mesi e non si sa ancora quando saranno versate quelle relative alla seconda.

 

D: La coperta, però, è piuttosto corta, è comprensibile la premura che lei condivide per i comuni, ma per coprire il fabbisogno e i budget delle amministrazioni locali, che parte del corpo dello stato dobbiamo lasciare scoperta?
Fassino: Tagliare la spesa pubblica non è l’unica soluzione.

 

Certo l’azione di razionalizzazione per tenere i conti in ordine e contribuire alla riduzione del debito pubblico va proseguita.

 

Gli enti vanno certamente spronati affinché usino in modo oculato le risorse finanziarie a loro disposizione, ma questo non deve precludere la possibilità di garantire servizi di qualità ai cittadini.

 

Quindi, attenzione ad abusare di strumenti come la cosiddetta spending review, soprattutto perché le rinunce maggiori sono richieste proprio a quegli enti, come i comuni, che offrono ai cittadini la maggior parte dei servizi essenziali.

 

Un dato che esemplifica bene: fatta 100 la spesa complessiva della pubblica amministrazione, nel 2012 la spesa dei comuni ha pesato del 7,6 %, quella dello stato il 29,9%, 39% gli enti di previdenza.

 

Peraltro, come nel caso dei servizi territoriali di welfare che danno occupazione a decine di migliaia di persone, le finanze comunali fungono da volano al mercato del lavoro.

 

D: Cosa fosse l'Ici era chiaro, e anche l'Imu, ma tra service tax, Tasi, Trise, Tari e Iuc il rischio è che venga un tic a tutti, ma di quelli nervosi… Come giudica il comportamento del governo su questo fronte?
Fassino: Il presidente Letta e i suoi ministri sono chiamati a dare fiducia al Paese adottando misure concrete, efficaci e soprattutto eque.

 

In un contesto come l’attuale, in cui nonostante i timidi segnali di ripresa la fine della crisi non appare proprio dietro l’angolo, è un impresa non facile.

 

Ma confido che con la buona volontà da parte di tutti, dalle organizzazioni politiche alle parti sociali, una via d’uscita dalla crisi si possa trovare in tempi non lunghi.

 

Sul futuro della tassazione locale è presto per esprimere un giudizio definitivo.

 

Dico solo che il governo dovrà fare in modo di mantenere la parola data e, integrando tassazione sugli immobili e sulla raccolta rifiuti, non dovrà aumentare la pressione fiscale sui cittadini e neppure ridurre le risorse a disposizione degli enti locali.

 

D: L'Italia, nel settore immobiliare, ma non solo, spesso non riesce nemmeno a utilizzare i fondi europei a sua disposizione, come superare questo problema?
Fassino: Non possiamo più permetterci di perdere alcuna occasione di finanziamento.

 

Ogni singolo ente deve prestare la massima attenzione alle opportunità offerte dall’Europa, far leva sulle capacità progettuali dei propri uffici e usare i finanziamenti di Bruxelles per ridare impulso all’economia locale e, naturalmente, al settore immobiliare che risulta uno dei più colpiti dalla crisi.

 

A Torino, ad esempio, anche grazie a fondi europei, abbiamo rivoluzionato completamente l’area di Porta Palazzo, il più grande dei 47 mercati torinesi e il più grande mercato all’aperto d’Europa.

 

Naturalmente è stato un lavoro complesso ed è ancora in corso, ma oggi quell’area è cambiata, e continua a cambiare in meglio.

 

D: In un'occasione lei ha dichiarato: “la semplificazione normativa va fatta con l'accetta: è l'unico modo per attrarre investitori stranieri e nazionali”, conferma questa sua posizione?
Fassino: Dobbiamo creare le condizioni affinché le imprese possano giudicare conveniente investire da noi.

 

La globalizzazione ci mette in concorrenza con sistemi economici estremamente competitivi e governati da regole più flessibili delle nostre.

 

Per attrarre investimenti servono infrastrutture e servizi moderni e funzionale e, naturalmente, un complesso di regole che non ostacoli, ma faciliti l’arrivo di investitori.

 

D: Su cosa si dovrebbe cominciare a intervenire? 
Fassino: Occorre favorire, anche dal punto di vista normativo, l’accelerazione dei processi di digitalizzazione e la realizzazione dei progetti smart cities, ad esempio, che rappresentano una buona opportunità per portare elementi di innovazione nella pubblica amministrazione, nelle città e in tutto il sistema Paese.

 

D: Decentrando i centri di spesa tenendo però centralizzata la fiscalità generale non si rischia un'esplosione della spesa pubblica? Un po' come capitato per le province per esempio…
Fassino: Non possiamo pensare a una riforma della fiscalità senza razionalizzare la spesa amministrativa.

 

Per il primo punto una risposta è già in corso di attuazione: la trasformazione delle province e di molti enti intermedi in enti di secondo livello.

 

Per il secondo punto si pensi ad esempio come la riorganizzazione dei servizi pubblici locali può offrire molte occasioni di razionalizzazione.

 

D: Come si può garantire l'autonomia finanziaria e patrimoniale agli enti locali, comuni in primis?
Fassino: Con un vero federalismo fiscale, che attribuisca ai comuni un gettito da imposte locali e riduca il peso della fiscalità centrale.

 

D: In Italia il federalismo ha dato una cattiva prova di sé? O potrebbe essere una soluzione?
Fassino: Fino a oggi di federalismo si è parlato tanto ma, in concreto, di vera autonomia gli enti territoriali continuano ad averne davvero poca.

 

Pesano ancora troppo sui bilanci dei comuni le scelte di finanza pubblica fatte dal governo centrale, i vincoli imposti dal patto di stabilità, lo sforzo straordinario chiesto per ridurre il debito complessivo dello stato e altro ancora.

 

Il quadro normativo è in continua evoluzione e l’incertezza legata alla disponibilità delle risorse finanziarie impedisce per la maggior parte degli enti locali lo svolgimento di una adeguata attività programmatoria.

 

D: Quanto è sentito a Torino il problema della casa? E nei comuni raccolti in Anci?
Fassino: Negli ultimi anni il problema dell’abitazione non ha investito solo più le fasce storicamente povere della popolazione, ma ha raggiunto anche categorie che, per la perdita del lavoro da parte di uno dei componenti della famiglia o per altre ragioni, sono passate rapidamente da una situazione di stabilità economica a una condizione di fragilità e vulnerabilità sociale.

 

A Torino, per far fronte all’aumento dei procedimenti di sfratto per morosità incolpevole, abbiamo appena varato il cosiddetto fondo salva sfratti, per circa un milione di euro.

 

D: Ma l'Italia non è il Paese dei proprietari di casa per antonomasia?
Fassino: A Torino solo la metà delle famiglie è proprietaria della casa in cui vive.

 

Ciò che lei dice vale per molte realtà, ma non dappertutto.

 

Anche per questo serve un piano di rilancio per edilizia residenziale pubblica.

 

Gli alloggi di edilizia pubblica sono oggi all’incirca 760mila, ma vi sono oltre 600mila famiglie in attesa di un tetto a prezzi popolari.

 

Se nel 1984 si costruivano una media di 35mila alloggi popolari all’anno, oggi non se ne edificano quasi più.

 

Bisogna tornare a investire.

 

D: Il social housing può essere una soluzione?
Fassino: Nei maggiori centri urbani del Paese, le amministrazioni locali debbono sempre più spesso confrontarsi con la dura realtà dell’“emergenza casa” e cercare soluzioni basate sulla collaborazione tra pubblico e privato.

 

Da questo punto di vista è importante sostenere l’housing sociale e adottare politiche che favoriscano iniziative immobiliari dove, a fronte di un parziale apporto di origine pubblica, convergono sostegni finanziari e gestionali di soggetti privati con, a favore degli stessi, un’adeguata remunerazione con redimenti non speculativi.

 

D: La trasformazione-riqualificazione urbana potrà essere motore della ripresa anche economica del Paese?
Fassino: Certo, in molte città vi sono aree che una volta erano stabilimenti industriali o magazzini, ma che oggi sono solamente strutture fatiscenti.

 

Inutili e in qualche caso anche pericolose per l’ambiente.

 

Quelle stesse aree possono essere rese nuovamente vive riqualificandole nelle forme che più risultano utili alla città e ai cittadini.

 

D: Torino ne è un esempio?
Fassino: Da questo punto di vista si può dire che Torino abbia fatto scuola.

 

In meno di vent’anni è cambiato il volto della nostra città, sono stati trasformati e restituiti ai torinesi milioni di metri quadrati di aree e strutture dismesse.

 

Grazie a questi interventi è cambiata e si è sviluppata anche una nuova identità della città, che non solo più centro un centro di produzione manifatturiera, ma è una città plurale con diverse vocazioni: città d’arte visitata ogni anno da milioni di turisti, città universitaria con studenti provenienti da tutto il mondo, sede di importanti centri di ricerca e altro ancora.

 

Devo aggiungere anche che l’opera di riqualificazione non è ancora stata completata.

 

Al processo di trasformazione mancano i quartieri della periferia Nord, ma il Piano Città e la cosiddetta Variante 200 presto innescheranno trasformazioni radicali anche in queste aree.

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