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Neuberger Berman: i dazi non suscitano preoccupazioni in Cina

di Bin Yu, Senior Portfolio Manager, responsabile azionario Cina 8 Agosto 2018

In Europa e Nord America si fanno sempre più insistenti le voci di un’imminente guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Donald Trump ha pubblicamente minacciato l’imposizione di dazi che potrebbero gravare su tutto l’export cinese destinato al mercato americano, pari ad una cifra di circa 500 miliardi di dollari l’anno, e settimana scorsa ha proposto un aumento delle tariffe su ben 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi. 

 

Qui a Pechino, l’atmosfera è differente. I dazi non suscitano grandi preoccupazioni in Cina. Sia il governo che la comunità imprenditoriale si stanno chiedendo se valga la pena adottare ritorsioni in caso di ulteriori dazi da parte degli Stati Uniti. 

 

Qui, sono tutti consapevoli che, nel caso di una guerra commerciale, entrambe le parti perderebbero, come dal canto suggeriscono i libri di testo, e che i dazi imposti sia dalla Cina sia dagli Stati Uniti graveranno più sulle loro società e consumatori nazionali, piuttosto che su quelle dell’altro Paese ma, a risentirne di più, saranno le società e i consumatori statunitensi.

 

Le società cinesi non esportano molto verso gli Stati Uniti

 

Potrebbe sembrare contro intuitivo. Gli Stati Uniti esportano ogni anno beni in Cina per soli 130 miliardi di dollari. Ma allora, è proprio vero, come sostiene uno dei più aggressivi consulenti della Casa Bianca, che nel caso di una guerra sui dazi sarebbe soprattutto la Cina a rimetterci?

 

Non proprio. Intanto è riduttivo descrivere il rapporto economico tra i due Paesi utilizzando come unico parametro la bilancia commerciale. Questo dato non da molte informazioni su dove vengano iscritti a bilancio ricavi e utili, in particolare se i Paesi in questione sono la Cina e gli Stati Uniti.

 

Quanti marchi cinesi è in grado di citare un consumatore medio statunitense? Non molti. E un motivo c’è. I 500 miliardi di merci spedite dalla Cina verso gli Stati Uniti non sono rappresentati dai 10 milioni di smartphone Huawei. È vero che un certo numero di società cinesi, ad esempio i produttori di elettrodomestici, generano il 10-15% degli utili grazie ai consumatori americani. Tuttavia, la maggior parte degli analisti stima che solamente il 5% dei ricavi delle società quotate in borsa in Cina sia imputabile agli Stati Uniti. Inoltre, le società cinesi su cui si concentrano gli investitori azionari, quali Alibaba o Tencent o le banche cinesi, spesso non hanno alcuna esposizione diretta.

 

La verità è un’altra: la maggior parte di quei 500 miliardi di dollari di beni importati viene prodotta da società statunitensi in Cina per i consumatori americani. Apple, da sola, importa ogni anno dalla Cina hardware per 50 miliardi di dollari. Gran parte del resto sono componenti elettronici e meccanici fabbricati da società taiwanesi, coreane o europee per le aziende statunitensi. 

 

In breve, se si considerano gli utili, anziché la bilancia commerciale, sembra che le società cinesi abbiano meno bisogno degli Stati Uniti di quanto le società statunitensi abbiano bisogno della Cina.

 

Il rischio di rivolta dei consumatori cinesi contro i marchi americani

 

Inoltre, chiunque viva, lavori e faccia acquisti in Cina, sa che i dazi non sono l’unica minaccia per le società statunitensi. Queste aziende hanno investito ingenti somme di denaro e tempo nel costruire marchi solidi per il mercato al consumo cinese. Ora, i loro piani strategici di sviluppo sono a rischio, sia a causa degli interventismo del governo, sia, soprattutto, a causa della fiducia dei consumatori. Ancora una volta pensiamo ad Apple, che genera più del 25% dei propri utili (18 miliardi di dollari l’anno) in Cina.

 

Nel corso delle passate controversie internazionali, i consumatori cinesi hanno espresso la propria opinione spendendo diversamente i propri soldi per beni di lusso e lo hanno fatto senza alcun esplicito incoraggiamento ufficiale. Quando nel 2012 Cina e Giappone si contesero la sovranità di alcune isole nel Mar Cinese Orientale, le vendite di auto giapponesi in Cina (prodotte per la maggior parte in loco) precipitarono del 50% circa. L’anno scorso le case automobilistiche coreane subirono un colpo analogo quando scoppiò la controversia sule installazioni antimissilistiche. Stessa sorte sia per i prodotti di largo consumo prodotti in Giappone e Corea (ad esempio prodotti per la casa e cosmetici) che registrarono una significativa, ancorché ridotta, flessione delle vendite, sia per i flussi turistici verso quei due Paesi. Queste flessioni, causate dal flusso di notizie, ci misero dai due a quattro trimestri per ristabilizzarsi.

 

Questo ci insegna che l’eventualità che i consumatori cinesi scelgano una Volkswagen piuttosto che una Buick, Chevrolet o Focus costituisce un rischio concreto per società come General Motors e Ford. Anche aziende come Nike o Starbucks, che generano rispettivamente il 24% e il 15% dei propri utili in Cina, potrebbero registrare una battuta d’arresto.

 

Ma la Cina cosa rischia?

 

Dal punto di vista cinese, anche se alcuni prodotti statunitensi sono facilmente sostituibili (ad esempio le materie prime agricole), la maggior parte di quei 130 miliardi di dollari in importazioni dagli Stati Uniti è costituita da prodotti competitivi e di alta qualità che sono difficili da rimpiazzare (ad esempio componenti per aeromobili e semiconduttori). Il governo cinese è consapevole del fatto che imponendo dazi su queste merci recherebbe danno solo alle aziende e ai consumatori nazionali. Questa tesi e il fatto che i dazi statunitensi non arrecano alcun danno diretto alle società cinesi sono gli argomenti che alimentano il dibattito interno sull’opportunità di eventuali ritorsioni.

 

Chiaramente gli orientamenti politici di un Paese possono prevalere sui suoi interessi economici. Se da un lato le aziende statunitensi sono direttamente più vulnerabili all’imposizione di dazi rispetto alle aziende cinesi, un’imposta del 10% su ciascun dollaro di importazioni dalla Cina avrebbe un impatto negativo considerevole sull’economia globale e sulla fiducia degli investitori, che danneggerebbe non solo la Cina, ma chiunque altro. E allo stato attuale, una simile prospettiva non è completamente da escludere. Ciò nonostante, guardando i dazi imposti finora e l’elenco sempre più lungo di esenzioni e sussidi, si direbbe che, ad oggi, prevalga la tutela degli interessi personali. 

 

Nel lungo termine, la progressiva affermazione dell’economia cinese come principale concorrente agli Stati Uniti rappresenta una sfida strategica indipendente da Trump e che continuerà oltre il suo mandato. Come hanno già fatto da inizio anno ad oggi, quando sui dazi sono volate parole grosse, le società cinesi continueranno a tenere lo stesso approccio commerciale e pragmatico.

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