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Le costruzioni sono da molti anni il comparto più rischioso dell'economia italiana per le banche a causa della profonda recessione che le ha colpite in modo più duramente. E' questa, in sintesi, la fotografia scattata dall'Outlook Abi-Cerved che sottolinea come tra i diversi settori produttivi si registrano differenze di un paio di punti percentuali nell'incidenza dei nuovi prestiti in default, con il comparto delle costruzioni che continua a ridurre il divario rispetto agli altri settori e l'industria che invece interrompe un calo quinquennale e passa dal 2,4% al 2,5%, a livelli comunque ancora distanti da quelli pre-crisi (3,3%) e dal picco del 2012 (5,9).
L'incremento è ascrivibile al rialzo dei tassi di piccole (dall'1,7% all'1,8%) e grandi imprese (dall'1% all'1,1%), mentre quelle di media dimensione e le microaziende rimangono stabili (1,3% e 3).
Le costruzioni restano il comparto più rischioso e l'unico che non ha raggiunto i livelli pre-crisi, ma anche quello in cui il calo procede più velocemente: dal 4,7% del 2018 al 4,3% del 2019, confermando il trend positivo in atto dal 2014, quando raggiunse il picco dell'11%. La stima è di una lieve risalita nel 2020 al 4,4 per cento e una contrazione al 4,3% nel 2021.
La classe dimensionale meno rischiosa del settore è ancora una volta quella delle piccole imprese, che vedono ridurre i nuovi prestiti in default, dal 4% del 2018 al 3% del 2019 (le medie passano dal 4,8% al 4%, le grandi dal 4,9% al 4,3%, le micro si attestano al 4,5%). Nei servizi, il trend di riduzione rispetto al 2018 dei tassi di deterioramento (dal 3,2% al 3%) risulta più marcato e diffuso a tutte le fasce dimensionali, con riduzioni più consistenti nelle piccole (dal 2,3% al 2%) e medie imprese (dall'1,9% all'1,6%). Dati ben al di sotto di quelli pre-crisi (3,6% di media).
Il tasso di deterioramento dei debiti delle imprese nei confronti delle banche continua comunque a ridursi. Ma nei prossimi due anni la situazione dovrebbe peggiorare, anche se di poco, complice il rallentamento dell'economia. La quota di crediti che nel corso dell'anno vanno in default nel 2019 si attesta al 3,1%. A fine 2021 il tasso di deterioramento dovrebbe invece salire al 3,3%. Il valore - sottolineano Abi e Cerved - è comunque al di sotto dei livelli pre-crisi, quando era pari al 3,6% (media tra il 2006 e il 2008). Il fenomeno interessa tutte le aziende, dalle piccole alle grandi e ogni area dell'Italia, anche se persistono differenze consistenti tra Nord-Est e Sud.
"Dopo gli anni difficili della crisi, il problema dello stock di sofferenze nei bilanci delle banche è in via di soluzione", commenta Andrea Mignanelli, amministratore delegato di Cerved.
L'ammontare complessivo di crediti deteriorati in pancia alle banche italiane ammonta infatti a giugno a 84 miliardi, in calo del 18,4% su base annua. Un valore più che dimezzato rispetto ai 197 miliardi di fine 2015 e che, secondo le stime di Abi in particolare, dovrebbe continuare a calare fino a raggiungere 53 miliardi al termine del 2022.
Per il direttore generale di Abi, Giovanni Sabatini, il rapporto "conferma che anche in caso di una perdurante debolezza del ciclo economico non si interromperà il trend di riduzione della rischiosità degli attivi delle banche operanti in Italia". La stabilizzazione del flusso di nuovi crediti deteriorati sui livelli pre-crisi "favorirà anzi un'ulteriore contrazione dell'Npl ratio, che ci attendiamo convergere in breve tempo sui target fissati dalle Autorità di vigilanza". Un risultato "che premia gli sforzi compiuti dal settore negli ultimi anni e ne conferma la solidità complessiva", sottolinea Sabatini.
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