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Il futuro è sempre più locale (video)

di Luigi dell’Olio, Monitorimmobiliare 10 Febbraio 2018

Tre anni dopo il varo della legge che avrebbe dovuto rivoluzionare il settore delle banche popolari, gli obiettivi del legislatore sono stati centrati solo in parte. Infatti la trasformazione in Spa imposta ai dodici istituti con attivi superiori agli 8 miliardi di euro è stata decisa da dieci delle dodici realtà interessate, con la Popolare di Bari e quella di Sondrio che si sono rifiutate di procedere in questa direzione: il 20 marzo è attesa la pronuncia della Corte Costituzionale sui loro ricorsi.

 

L’altro fronte, quello delle aggregazioni considerate dal governo necessarie per rafforzare i requisiti patrimoniali e tutelare l’italianità delle banche, ha avuto un’accoglienza davvero tiepida. Sia perché nel frattempo molte banche hanno dimostrato di poter onorare le richieste di matrice comunitaria senza ulteriori operazioni straordinarie, sia perché non c’è traccia di investitori stranieri pronti a fare incetta di banche italiane.

 

Il risultato è che, al di là degli istituti finiti gambe all’aria (a cominciare da Veneto Banca e Popolare di Vicenza), l’unica aggregazione ha riguardato Bpm e Banco Popolare. Dall’unione è nato il terzo gruppo italiano alle spalle dei colossi Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma non si è trattato di una gestazione semplice, con le continue richieste di svalutazioni da parte della Bce che di certo non sono un buon viatico per altri istituti che stanno considerando questa opzione.

 

Dello stato di salute delle banche popolari e del loro futuro abbiamo parlato con Corrado Sforza Fogliani, presidente di Assopopolari e responsabile centro studi Confedilizia, raggiunto a margine di un evento organizzato da Auxilia Finance.

 

Una volta approvata la riforma delle popolari nel gennaio 2015, in tanti avevano pronosticato l’avvio, da lì a breve, di una stagione di m&a che avrebbe lasciato attivi sul mercato solo pochi, grandi gruppi. A conti fatti le cose non sono andate così: perché?

Intanto cominciamo col dire che sul mercato sia rimasta una biodiversità dell’offerta. È un bene per le imprese e per le famiglie, che in questo modo possono contare su differenti opzioni. Le banche del territorio sono sempre state al servizio delle famiglie e dei territori. Nonostante la riforma, sono ancora lì. Quanto allo spirito della riforma, dalla commissione parlamentare banche è emerso chiaramente l’interesse che stava dietro. Oggi l’azionariato delle spa bancarie è nelle mani dei grandi fondi speculativi. Non mi sembra che questo Paese abbia bisogno di oligopoli.

 

Dunque vuole dire che più c’è concorrenza, tanto più le banche (comprese quelle popolari) dovranno adeguarsi alla concorrenza e proporre offerte di interesse per la clientela. Giusto?

Esatto. L’offerta ampia e plurale è un bene per i clienti, oltre che un modo regolare di promuovere la concorrenza, senza forzature e senza consentire a un modello di prevalere sugli altri secondo regole diverse da quelle di mercato.

 

A suo avviso nel prossimo futuro assisteremo a nuove integrazioni bancarie, compreso l’ambito delle popolari?

Tra le popolari non vedo altri spazi, a meno che non si insista con provvedimenti legislativi o amministrativi per obbligare gli operatori ad andare in quella direzione.

 

Dunque lasciamo fare al mercato?

Concordo. Nell’Ottocento la grande trasformazione da Paese agricolo a industriale è stata merito delle banche popolari e delle casse di risparmio, insomma degli istituti legati ai territori. Si tratta di una diversità che va salvaguardata.

 

Sappiamo che uno dei problemi più pressanti delle banche italiane è relativo agli npl, che hanno un’incidenza superiore a quella degli istituti di altri Paesi. Come Assopopolari come vi state muovendo per ridurre l’impatto di questo problema?

Siamo impegnati a evitare che questa diventi una bomba a orologeria. Eventuali, nuovi criteri più stringenti di contabilizzazione dei crediti deteriorati avrebbe un impatto dirompente sul settore. Gli npl si sono formati solo in parte per errori nella concessione dei crediti. In primo luogo sono figli della crisi dell’immobiliare. Stiamo parlando della principale garanzia delle famiglie. L’immobiliare è stato deliberatamente combattuto dagli emissari della finanza internazionale e questi sono i risultati.



Questo articolo, con la videointervista, è presente su REview di questa settimana. Leggi gratuitamente il numero completo!

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