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Padoan: Aggrediremo il patrimonio immobiliare pubblico. Ma già c'è chi teme la svendita

di Vittorio Zirnstein 5 Maggio 2014

"Molto presto inizieremo ad aggredire il patrimonio immobiliare dello stato che sarà valorizzato, sarà semplificata la procedura per poter destinare ad altro scopo molti edifici”.

 

Lo ha dichiarato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, centrando uno dei punti focali per il successo della dismissione del patrimonio immobiliare pubblico.

 

Su questo so per certo che esiste un enorme interesse degli investitori sia italiani che stranieri", ha proseguito Padoan.

 

Il tema dell'interesse degli investitori stranieri viene spesso richiamato quando qualcuno, soprattutto policy maker ma non solo, discutono delle possibilità di ripresa dell'economia nazionale.

 

L'esistenza di un interesse, anche forte, appare evidente.

 

Prova ne sia il recente incontro tra il presidente del consiglio, Matteo Renzi, e il ceo di Blackrock, Larry Fink.

 

Il fondo di private equity americano da 4.300 miliardi di dollari, per citare solo l'ultima operazione nel Belpaese, è diventato azionista rilevante di Ei Towers al 6,84% e ha scelto l'Italia come sede per la propria convention annuale.

 

A tanto entusiasmo non corrispondono però indicatori economici altrettanto positivi.

 

Il numero di senza lavoro in Italia continua a crescere, con il livello di disoccupazione giovanile che ha raggiunto percentuali scoraggianti: il 42,9% degli under 25 non è occupato contro una media europea del 22,8%.

 

La disoccupazione totale è pari al 12,7% contro una media dell'Ue a 28 Paesi del 10,9%.

 

Il debito pubblico in febbraio ha toccato un nuovo record a 2.107 miliardi di euro; mentre le stime del Pil, che dovrebbe finalmente tornare a crescere quest'anno, restano su livelli da prefisso telefonico: 0,6% nel 2014 e 1% nel 2015.

 

Viene da chiedere cosa entusiasmi tanto gli investitori stranieri.

 

La memoria va al giugno del 1992, quando un giovanissimo Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, si imbarcò sul Britannia, il panfilo della Corona d'Inghilterra, per spiegare a un gruppo di banchieri della City le opportunità dell'imminente ondata di privatizzazioni italiane.

 

Le teorie complottistiche denunciano che in quella occasione il Paese venne svenduto ai grandi banchieri londinesi.

 

In realtà vi furono privatizzazioni che andarono meglio, altre che andarono peggio.

 

Da notare che, tra le peggio riuscite, vi fu quella di Telecom Italia, considerata anche allora infrastruttura strategica per il Paese oltre che società, il cui “nocciolo duro” di azionisti che avrebbe dovuto garantire la stabilità azionaria era costituito da grandi imprenditori italiani, e non da raider provenienti dalla perfida Albione.

 

I precursori dei capitani coraggiosi di Alitalia si dileguarono rapidamente, cedendo le quote al miglior offerente, appena si resero conto che l'affare non era molto conveniente.

 

Ciò ha dato il la a una serie di acquisizioni realizzate a leva che hanno caricato Telecom di debito sino all'operazione “di sistema”, capitanata e coordinata da Mediobanca, che di fatto ha portato la maggioranza della società in Spagna, alla corte di Telefonica.

 

Il timore è che la storia si ripeta.

 

Ossia che i grandi fondi stranieri oggi siano interessati all'Italia per la possibilità di fare man bassa del patrimonio in dismissione (immobiliare e mobiliare) a prezzi da saldo e che le grandi banche mirino alle cospicue commissioni che vengono pagate per seguire e coordinare le operazioni di vendita.

 

Ciò non vuol dire che le privatizzazioni non vadano fatte, ma piuttosto che debbano essere garantite pari condizioni a chiunque intenda parteciparvi sia per comprare sia per fornire servizi, a prescindere dalla provenienza.

 

Soprattutto evitando, allo scopo di garantire l'italianità, di costituire nocciolini o noccioloni di azionisti che, come la storia insegna, vanno sempre a finire per traverso.

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