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La prima mossa del Governo preoccupa le imprese

di Luigi dell’Olio, Monitorimmobiliare 6 Luglio 2018

Il primo, vero atto del nuovo Governo delude gli imprenditori, che in particolare puntano l’indice contro alcune misure che irrigidiscono il mercato del lavoro, in controtendenza rispetto ai trend internazionali e per altro in una fase del ciclo economico già caratterizzata da un rallentamento della crescita.

 

Stretta sui contratti a termine

In particolare, il Consiglio dei Ministri ha fissato paletti più stretti all’utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato. Fatta salva la possibilità di stipula del primo contratto, di durata comunque non superiore a 12 mesi di lavoro in assenza di specifiche causali, l’eventuale rinnovo dello stesso sarà possibile esclusivamente a fronte di esigenze temporanee e limitate.

Quindi occorre una chiara “giustificazione” del perché non sia stato sottoscritto un contratto di assunzione a tempo indeterminato e la durata massima di quello a termine non potrà superare i 24 mesi. Ciascun rinnovo a partire dal secondo avrà un costo contributivo crescente dello 0,5%.

Tra le attività a cui si applicano invece in pieno le nuove norme al primo posto ci sono l’industria e le costruzioni (288 mila contratti in scadenza) seguiti dall’agricoltura (170 mila) e dal commercio (178 mila contratti). Poi vengono le attività finanziarie, assicurative e immobiliari (134 mila), gli alberghi e i ristoranti (163 mila). Già entro l’estate termineranno 892 mila contratti.

 

Le altre novità

In caso di licenziamento illegittimo, è previsto un aumento dell’indennizzo nella misura del 50% rispetto alla normativa fin qui vigente. In caso di licenziamento senza giusta causa, l’indennizzo per il lavoratore può arrivare fino a 36 mensilità.

Se un’impresa ha beneficiato di finanziamenti pubblici per insidiarsi in Italia e successivamente opta per la delocalizzazione oltrefrontiera, sarà tenuta a restituire il beneficio con interessi maggiorati fino al 5%.

Favorevole ai professionisti è invece la revisione del redditometro, mediante una disposizione secondo cui il decreto ministeriale attualmente vigente, che elenca gli elementi indicativi di capacità contributiva, non ha più effetto per i controlli ancora da eseguire relativi al 2016 e agli anni successivi. Inoltre è previsto il rinvio della prossima scadenza per l’invio dei dati delle fatture emesse e ricevute, il cosiddetto spesometro. Questo significa che i dati relativi al terzo trimestre 2018 potranno essere inviati telematicamente all’Agenzia delle Entrate entro il 28 febbraio 2019, anziché entro il 30 novembre 2018 come fin qui previsto.

 

Confindustria all’attacco

Per l’associazione degli industriali, il primo, vero atto collegiale del nuovo esecutivo è “un segnale molto negativo per il mondo delle imprese”. In un documento molto critico, Confindustria ricorda che “le regole possono favorire o scoraggiare i processi di sviluppo e hanno la funzione di accompagnare i cambiamenti in atto, anche nel mercato del lavoro. Si dovrebbe perciò intervenire sulle regole quando è necessario per tener conto di questi cambiamenti e, soprattutto, degli effetti prodotti da quelle precedenti. Il contrario di ciò che è avvenuto col decreto dignità”.

L’associazione lamenta: “Mentre i dati Istat raccontano un mercato del lavoro in crescita, il Governo innesta la retromarcia rispetto ad alcune innovazioni che hanno contribuito a quella crescita”.

 

Critiche dal settore immobiliare

L’Acem (associazione dei costruttori molisani) ha invitato i parlamentari eletti in regione a un confronto per evidenziare “l’irrigidimento introdotto nell’utilizzo dei contratti a termine mediante la riduzione della loro durata massima, la reintroduzione dell’obbligo della causale e l’inasprimento delle indennità da pagare per i licenziamenti, danneggeranno enormemente le imprese soprattutto in un momento di estrema difficoltà quale quello attuale.

Emanuele Orsini, presidente di FederlegnoArredo, stima che il decreto legge farà saltare tra 7mila e 10mila posti di lavoro entro il 2020 con il risultato di far aumentare le partite iva, accelerare la robotizzazione e scoraggiare gli investimenti esteri nel settore del legno, mobile e arredamento.

“Sono seriamente preoccupato”, ha dichiarato all’Adnkronos. “Si mette in difficoltà un settore che l'anno scorso ha messo a segno un +1,6% e che sta cercando di mettersi definitamente alle spalle gli anni della crisi”. Orsini ha ricordato che il settore è composto da 79mila imprese, garantisce occupazione a 320mila persone e che la media è di 4-5 dipendenti per azienda. “Ma chi è quell’imprenditore che assume una persona se dopo 24 mesi di lavoro per licenziarla deve pagargli 120 mila euro? Meglio una macchina al suo posto, o una partita Iva”, è l’amara risposta.

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