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Città metropolitane: enti nuovi, vecchi inciuci

Accordi lontano dai media per accaparrarsi la gestione dei fondi pubblici

di Floriana Liuni 7 Ottobre 2014
 
Si avvia alla conclusione la parentesi quasi secolare nella storia del nostro Paese legata alle Province. In clima di spending review, si è finalmente deciso (benché la possibilità fosse contenuta nella Costituzione fin dalla sua stesura) di trasformare le entità territoriali in “città metropolitane” in forza della cosiddetta Legge Delrio (56/2014, in allegato).
 
Lo scopo dichiarato dal Governo è quello di tagliare spese e stipendi che hanno pesato per decenni sui bilanci pubblici. Sì, perché in teoria i politici che popoleranno i nuovi Consigli, saranno presenti a titolo gratuito, perché “pescati” dalle amministrazioni locali già in vigore.
 
In pratica, però, qualche interesse ci dovrà pur essere, o non si spiegherebbe l’accanimento che sta caratterizzando, dallo scorso 28 settembre, le votazioni dei Consigli metropolitani, che andranno avanti fino al prossimo 12 ottobre.
 
In effetti, benché abolendo le Province si eliminino oltre 2000 poltrone, di fatto i posti da consigliere saliranno a oltre 26 mila, e i posti da assessore saranno oltre 5 mila per i Comuni fino a 10 mila abitanti. I primi ad essere eletti, a fine settembre, sono stati presidenti e consiglieri di Milano, Genova,Firenze e Bologna (consigli metropolitani) oltre a quelli delle Province in fase di rinnovamento (transitorio) di Bergamo, Lodi, Sondrio,Taranto, Vibo Valentia e Ferrara. Il tutto per un totale di oltre 150 amministratori locali al posto degli oltre 500 che sarebbero stati eletti altrimenti.
 
Ad ottobre, invece, tocca alle altre città: Torino, Roma, Napoli e Bari, che voteranno insieme alle altre circa 60 Province in fase di rinnovamento: dalle urne usciranno così circa altri 1000 sindaci metropolitani e consiglieri, al posto degli attuali 2500 funzionari.

E la gara per accaparrarsi questi posti infuria, in un clima di silenzio mediatico che ha qualcosa di sospetto, ma che si spiega col fatto che le elezioni metropolitane non sono un atto che coinvolge i cittadini, bensì sindaci e consiglieri delle amministrazioni locali già in carica (tecnicamente la cosa si chiama “elezione di secondo livello”). Insomma, i Comuni se la stanno sbrigando tra loro, tra accordi e alleanze che di ideologico non hanno proprio nulla, e che non hanno nessuna voglia di finire in tv.
 
E’ importante sottolineare che per sindaci metropolitani e consiglieri non è previsto alcun indennizzo, perché in teoria dovrebbero accontentarsi di quello percepito nei propri Comuni di provenienza. Ma allora come mai tutto questo fervere di accordi sottobanco?
 
Perché tante polemiche, ad esempio, all’indomani delle elezioni del Consiglio Metropolitano della Capitale, che ha votato ieri investendo il sindaco Ignazio Marino di poteri speciali per la gestione di quanto avviene a Roma e dintorni?
 
Il problema può essere riassunto da uno status di Facebook, indignatissimo, del consigliere romano Alfio Marchini “I consiglieri che si auto eleggono! Ci mancava solo questo – scrive il consigliere. Le elezioni metropolitane, come previsto, si sono ridotte a una conta tra fazioni. Ma con quale credibilità chi è incapace di governare Roma pretende di avere la guida dei comuni della provincia?”.
 
Innanzitutto, a quanto pare, il fatto di aver sostituito le Città Metropolitane alle Province non cancella i soliti opportunismi che portano opposte fazioni a unirsi per favorire questo o quel candidato, il quale può diventare anche titolare di cariche cumulative. A partire dai sindaci, che gestiranno sia il proprio Comune, che la Città Metropolitana. Il punto è: cui prodest, se la carica è gratuita?
 
La risposta sta nel fatto che, se anche il denaro pubblico non verrà direttamente percepito sotto forma di indennizzo da consiglieri e sindaci, sarà comunque in loro potere amministrare i fondi pubblici destinati alle opere provinciali. E questo ovviamente significa che il Comune più pesante all’interno del consiglio metropolitano potrà anche portare più acqua al proprio mulino, metaforicamente parlando.
 
Per non parlare del fatto che la modalità di elezione – di secondo grado, quindi “inter nos”, e con accordi trasversali a prescindere dall’appartenenza politica – potrebbe essere una prova generale per quella che sarà la procedura elettiva del nuovo Senato delle Regioni. Che permetterà ai politici locali di ogni colore di poter “tirare acqua al proprio mulino” non solo con i fondi territoriali, ma con quelli nazionali.
 
Ma dobbiamo sempre immaginare cattive intenzioni? Come disse qualcuno, sarà un peccato ma raramente ci si sbaglierà. La sola cosa evidente, per fare un’altra citazione colta, è che, Città Metropolitana o Provincia che sia, spending review o no…pare che tutto sta cambiando perché alla fine nulla cambi.

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