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Venezuela in fiamme

di Brad Tank, Chief Investment Officer – Fixed Income, Neuberger Berman 9 Agosto 2017

Lo scorso maggio, il nostro co-responsabile del Team Emerging Markets Debt, Rob Drijkoningen, ha scritto un commento per le Prospettive settimanali del CIO dove sottolineava il momento positivo per i fondamentali dei mercati emergenti e per le riforme in via di attuazione in Brasile, Argentina, India, Indonesia e Messico. In cima all’elenco dei rischi individuati svettava però il Venezuela, dove i fondi per pagare i debiti si stavano esaurendo rapidamente.

 

Giusto in tempo per il 20° anniversario delle crisi asiatiche, nonché il 35° anniversario del default messicano che scatenò la crisi in America Latina, ecco che il Venezuela riconquista i titoli dei giornali. Tra 20 anni ne scriveremo ancora, riflettendo sugli eventi che hanno condotto a un’altra crisi estiva nell’universo emergente?

 

Eco degli anni Ottanta

In Venezuela ci sono chiare risonanze della crisi degli anni ‘80. All'epoca, il greggio in ascesa aveva costretto gli importatori di materie prime ad indebitarsi per far fronte ai costi, incoraggiando al tempo stesso gli esportatori a sfruttare la buona sorte per il proprio sviluppo, credendo che il petrolio a quei prezzi sarebbe durato per sempre. Quando i prezzi del greggio crollarono, i livelli di debito raggiunti divennero insostenibili.

 

Il Venezuela si è affidato agli alti prezzi del petrolio per sostenere disastrose politiche economiche populiste che hanno incrementato il debito favorendo ben poco i cittadini e la produttività. Il PIL ora si riduce del 10% all’anno e la popolazione soffre per via di un’inflazione a tre cifre e di carenze di alimentari e medicinali. Il regime del presidente Nicolás Maduro tenta di consolidare il potere, mentre proteste anti-governative attraversano il paese lasciando una scia di vittime.

 

Il governo ha fatto tutto il possibile, scavando a fondo nelle sue riserve di valuta estera che iniziano a scarseggiare, spingendo le importazioni al collasso e ricorrendo ad accordi fuori bilancio per raccogliere fondi mettendo a pegno la produzione di greggio futura e gli asset connessi a buon mercato, tutto in una disperata corsa alla valuta forte per far fronte agli obblighi di debito. La sua determinazione nel restare attaccato al potere non soltanto peggiora in modo esponenziale le condizioni per la ripresa sotto un nuovo regime, bensì suscita anche la minaccia di un circolo vizioso. Le condanne dall’estero includono voci di sanzioni dagli USA che comporterebbero un bando sulle importazioni di greggio, mentre il conflitto civile mette a rischio le esportazioni: entrambe le prospettive metterebbero a dura prova la capacità del paese di pagare il resto dei suoi debiti nel 2017.

 

I mercati prezzano già l’insolvenza

Il mercato del debito venezuelano sembra aver concluso che un default è praticamente inevitabile. I titoli sovrani sono scambiati a 35-45 cent sul dollaro, con i prezzi in discesa libera per via delle sanzioni USA già nell’aria. Piuttosto che alla probabilità di default, ormai la volatilità dei prezzi è associata alle stime delle tempistiche di una bancarotta, ai successivi valori di recupero e alle circostanze politiche sullo sfondo.

 

Per molti investitori, la vera problematica riguarda le potenziali ripercussioni.

Questa crisi si è svolta in maniera fin troppo prevedibile. Dato che il default non sarà uno shock, è probabile che il contagio resti contenuto. Ci si attende un impatto sul settore energetico, considerata l’importanza del Venezuela come esportatore di greggio. Negli ultimi tempi i prezzi del greggio si sono rivelati piuttosto stabili, ma sono entrati in gioco altri fattori, come le promesse di tagli alla produzione in Arabia Saudita e la riduzione delle scorte statunitensi. Questa tendenza del greggio, peraltro, non si è riflessa in maniera proporzionata sulle azioni e obbligazioni energetiche, il che suggerisce che il mercato la considera una circostanza di breve termine piuttosto che qualcosa di duraturo.

 

Il Venezuela rappresenta l’1,7% dell’indice JP Morgan EMBI GD, al momento. Dato l’investimento significativo in strategie passive, è importante ricordare che in caso di default l’esclusione dall’indice non scatterebbe in automatico, se gli altri criteri di inclusione fossero ancora rispettati.

 

Tragica, inutile, ma non rappresentativa

La lunga striscia vincente dei titoli emergenti, tuttavia, conferma dai primi mesi del 2016 un sentiment generalmente positivo. Questo poggia soprattutto sulla ripresa dei fondamentali: migliori tassi di crescita nel mondo, un mix di politiche progressiste e pro-crescita in buona parte dei paesi, un’inflazione benigna, livelli di debito pubblico ragionevoli e dinamiche delle partite correnti più solide. Le circostanze in Venezuela non cambiano la più ampia realtà dei fatti.

 

Forse è proprio questa la lezione più importante che gli investitori possono trarre dalla crisi attuale. Il Venezuela sembra un paese latino americano degli anni ‘80, quando grandi economie come il Brasile e il Messico potevano crollare con un effetto contagioso sui deboli sistemi bancari di un universo emergente sovraindebitato e afflitto dall’inflazione. Ma è piccolo e rappresenta un flashback. Oggi la maggior parte dei mercati emergenti si presenta in modo ben diverso.

 

Quel che sta accadendo in Venezuela è tragico e del tutto inutile. Al tempo stesso, però, ci ricorda i grandi progressi realizzati dalle economie emergenti negli ultimi 35 anni.

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VAR, %QUOT. €CAPITALIZ. €SCAMBI €
Aedes   0.3524 112,698,645 0.312
Beni Stabili   0.7005 1,589,849,759 0.818
Brioschi   0.0766 60,335,127 0.003
Coima Res   8.0650 290,396,455 0.013
Dea Capital   1.2740 390,623,815 0.062
Gabetti   0.4060 23,690,224 0.041
Hi Real   0.0000 0 0.000
Igd   0.8640 702,471,425 0.923
Italcementi   0.0000 0 0.000
Mutuionline   13.2800 524,717,634 0.086
Nova Re   1.7500 23,625,000 0.056
Prelios   0.1167 134,566,631 0.174
Risanamento   0.0349 62,849,464 0.015
VAR, %QUOT. €CAPITALIZ. €SCAMBI €
  1,321.0000 137,219 0.005
  950.0000 80,610,350 0.021
  713.0000 47,542,127 0.007
  249.9000 130,327,848 0.020
  65.4000 39,240,196 0.002
  90.5500 24,310,321 0.004
  0.0000 0 0.000
  73.1500 154,004,377 0.040
  450.9000 51,131,158 0.002
  87.7500 127,669,844 0.026
  0.0000 0 0.000
  24.8500 1,528,374 0.034
  3.4900 0 0.000
  117.9000 8,111,520 0.000
  578.0000 74,562,000 0.006
  287.0000 17,220,000 0.003
  234.9000 0 0.012
  106.0000 68,538,540 0.013
  782.5000 125,200,000 0.034
  950.0000 29,307,500 0.003
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