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Stop alle misure di emergenza, i rendimenti torneranno a salire

di Ruth van de Belt, Investment Strategist, Kempen Capital Management 17 Luglio 2017

l mese scorso è apparso chiaro a molti investitori che non solo la Fed ma anche le altre principali banche centrali si apprestano ormai a invertire gradualmente la rotta delle politiche monetarie ultra-espansionistiche condotte negli ultimi anni. Le misure di emergenza non occorrono più. Questo significa la fine dei rendimenti obbligazionari tenuti artificialmente bassi, che ricominceranno quindi a salire. Tuttavia, l’inasprimento monetario è ancora troppo limitato per interrompere nell’immediato il ciclo economico. I mercati azionari continuano a posizionarsi in territorio positivo, le valutazioni sono rimaste pressoché invariate e il sentiment rimane positivo.

 

Negli stati uniti la crescita prosegue

I dati economici inferiori alle aspettative, una pressione inflazionistica ridotta, l’assenza di stimoli fiscali significativi e la mancata riduzione delle imposte non rappresentano per la Fed buoni motivi per posticipare gli aumenti dei tassi di interesse. A giugno la Fed ha aumentato i tassi per la seconda volta quest’anno e prevede di procedere a un terzo rialzo nel secondo semestre 2017. Questa politica è in linea con le nostre aspettative. Riteniamo che la crescita proseguirà. Per il 2018 ci attendiamo altri due o tre aumenti dei tassi di interesse, un numero maggiore rispetto alle aspettative del mercato. Allo stesso tempo, gli ingenti acquisti di asset saranno presumibilmente ridotti. La stretta monetaria determinerà una spinta al rialzo dei rendimenti obbligazionari, che rimarrà tuttavia moderata a causa della limitata pressione inflazionistica. L’outlook economico non fa ipotizzare un’ulteriore crescita degli utili ed eventuali tagli alle imposte comporteranno un rischio di rialzo.

 

Sempre più probabile un cambiamento di politica della Bce 

L’Eurozona continua a pubblicare dati economici positivi. Anche se riteniamo che l’accelerazione della crescita sia ormai alle spalle, nei prossimi trimestri l’economia dovrebbe crescere in maniera superiore al dato tendenziale. Anche se l’inflazione rimane bassa, il mese scorso Mario Draghi ha ribadito che secondo la BCE questo  scenario è dovuto principalmente a fattori transitori. In parte sostenuti da questi commenti, gli operatori di mercato ritengono che la BCE inizierà gradualmente a ridurre il suo consistente pacchetto di stimoli a partire dal 2018. Si comincerà con la riduzione degli acquisti di obbligazioni, seguita dalla modifica della politica sui tassi di interesse. Tuttavia, tenuto conto dello scarso aumento dei salari e del rafforzamento dell’euro, l’intervento sui tassi potrebbe non essere attuato nel breve termine. Anche se continuiamo a ritenere che i tassi di interesse a lungo termine aumenteranno quest’anno e l’anno prossimo, potrebbe

accadere meno rapidamente di quanto inizialmente previsto. La BCE sembra intenzionata ad adottare un approccio più prudente. Il cambiamento di politica della BCE determinerà inoltre un ampliamento del differenziale tra le categorie più rischiose e quelle meno rischiose del mercato del credito, anche se l’allargamento non avverrà in maniera repentina. Le previsioni di una crescita solida, combinate a un aumento contenuto dei salari, un inasprimento limitato della politica monetaria e il dissiparsi dei rischi politici continueranno a sostenere le azioni europee.

 

La Brexit penalizza la crescita britannica

A un anno dal referendum sulla Brexit, i negoziati tra Unione europea e Regno Unito sono finalmente iniziati il mese scorso. La Brexit produrrà un clima di incertezze per le imprese britanniche che avrà probabilmente un impatto negativo sul volume degli investimenti. Nel contempo, l’inflazione elevata causata dalla svalutazione della sterlina inglese ha ripercussioni negative sui consumatori britannici. Nel complesso, riteniamo che l’economia britannica potrà crescere solo moderatamente nei prossimi trimestri. Bisognerà vedere se la Banca d’Inghilterra aumenterà i tassi di interesse per ridurre l’inflazione. La crescita modesta potrebbe avere un impatto leggermente negativo sulle imprese del Regno Unito. Le aziende più grandi conseguono una parte importante del proprio reddito fuori dal Regno Unito, perciò la loro redditività è aumentata grazie alla svalutazione della sterlina.

 

Il Giappone approfitta del miglioramento globale della crescita

Le prospettive di crescita in Giappone sono migliorate grazie all’espansione globale della crescita e all’aumento del volume degli scambi globali. Contrariamente a molti altri paesi sviluppati, la politica monetaria del paese rimane ancora ultra-accomodante. La redditività delle aziende giapponesi è in crescita. Queste circostanze ci rendono ottimisti sul mercato azionario nipponico.

 

Primi segnali positivi nei paesi emergenti

Siamo più ottimisti anche sull’Asia (Giappone escluso) e i paesi emergenti. Il rallentamento della crescita cinese continua a ritmi meno lenti del previsto, la Fed sta inasprendo la politica monetaria gradualmente e i prezzi delle materie prime riprenderanno progressivamente a salire. Inoltre, le economie dipendenti dalle esportazioni continueranno ad approfittare dell’ulteriore miglioramento della crescita e del conseguente incremento del volume degli scambi globali. Se da un lato si intravede in Asia (Giappone escluso) la fine del ciclo espansionistico di politica monetaria, dall’altro le banche centrali latino-americane hanno una maggiore capacità di attuare stimoli monetari alla luce del calo dell’inflazione. Si tratterebbe di una mossa essenziale, visto che la crescita tarda a manifestarsi in quest’area rispetto alle altre regioni. Rimane comunque il fatto che molti paesi sono in una posizione migliore per assorbire i contraccolpi negativi rispetto a qualche anno fa. Nel complesso, siamo perciò più positivi sulle azioni e sulle obbligazioni emergenti.

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