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Così il Fondo Monetario vuole affossare l’immobiliare italiano

di L.D. 20 Aprile 2017

In linea di principio, il ragionamento sembra filare: da qualche tempo il Fondo monetario internazionale (Fmi) va predicando che è necessario alleggerire il peso fiscale sul reddito, spostandolo verso i patrimoni, come ricetta per aumentare l’occupazione e combattere le disparità sociali.

 

Mirino puntato sull’Italia

Sul tema l’istituto guidato da Christine Lagarde è tornato proprio di recente sottolineando come vi sia ancora spazio per ridurre il cuneo fiscale, tema che proprio in questi giorni è al centro del dibattito politico, con il Governo che vorrebbe indirizzare in questa direzione nuove risorse nel corso del 2018, anche a patto di reperirle attraverso un aumento dell’Iva. Ipotesi contro la quale si è subito schierato il segretario uscente del Pd, Matteo Renzi, che chiede di confermare l’impegno a ridurre le tasse senza se e senza ma.

Dove trovare le risorse per ridurre il cuneo fiscale? Per il Fmi, “l’Italia dovrebbe razionalizzare le agevolazioni fiscali, allargare la base imponibile e istituire una tassa moderna sulle proprietà immobiliari”.

 

Due ricette

In concreto si tratterebbe di aumentare il gettito del prelievo sulla casa o di istituire una patrimoniale secca. Peccato che questo vorrebbe dire non solo distruggere un settore come quello immobiliare che già da anni sta attraversando una serie di difficoltà, ma avrebbe un impatto devastante sull’economia italiana, dato che al mattone è legato – direttamente e indirettamente – il 17% del Pil italiano, cioè la ricchezza prodotta ogni anno nella Penisola.

Come sottolineato nei giorni scorsi da Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, i dati della Commissione europea relativi alla sola imposizione immobiliare indicano l’Italia esattamente nella media Ue (1,6% del Pil), a un livello più alto rispetto alla media dei Paesi dell’area Euro (1,4%) e con un’imposizione del 300% superiore a quella della Germania. “Quanto alla distinzione fra tasse buone e tasse cattive”, ha quindi ricordato, “gli studi basati su tecniche econometriche rigorose dimostrano che aumentare la tassazione sulla proprietà ha conseguenze negative sul Pil. In Italia è stata intrapresa questa strada, dal 2012, e gli effetti sull’economia sono sotto gli occhi di tutti”. Quindi l’auspicio, che è in linea con la posizione non solo degli operatori del settore, ma di tanti analisti di differente estrazione e orientamento: “Bisognerebbe invertire la rotta, altro che perseverare nell’errore”. 

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