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Ed emendamento fu: l'Imu prevista anche per gli immobili della Chiesa
Cristina Giua
24/02/2012

Ed emendamento fu: l'Imu prevista anche per gli immobili della Chiesa
É passato in Consiglio dei ministri l'emendamento al decreto liberalizzazioni che prevede “l'abrogazione immediata delle norme sull'esenzione per immobili dove l'attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente” recita una nota diffusa da palazzo Chigi nel tardo pomeriggio di venerdì scorso. 
Il provvedimento sembra mettere dunque la parola fine alle polemiche sull’esenzione degli immobili della Chiesa cattolica dal pagamento dell'Imu (Imposta comunale sugli immobili), ex Ici e alla relativa procedura aperta in sede Ue.

Non è in discussione invece l'esenzione per gli “immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un'attività non commerciale” precisa il comunicato del Governo che con questo emendamento –  operativo, almeno nelle intenzioni del Cdm non da quest'anno, ma dall'anno prossimo - prevede di applicare l'Ici/Imu sugli immobili degli enti non commerciali (e dunque anche sul patrimonio immobiliare della Chiesa).

Le maggiori entrate determinate dalla nuova norma sulle esenzioni Imu “saranno accertate a consuntivo e potranno essere destinate, per la quota di spettanza statale, all'alleggerimento della pressione fiscale” aggiunge ancora la nota della Presidenza del Consiglio. 

“Un emendamento utile e che crea giuste attese” lo ha definito il quotidiano Avvenire in un editoriale pubblicato l'indomani dell'approvazione in Cdm.

“Rispetto al passato - scrive il quotidiano della Cei - sembra cambiare poco.

Per gli immobili a uso commerciale si pagherà domani come si pagava ieri.

Chi evadeva l'imposta avrà meno scappatoie.

Ma soprattutto un ente non profit, quando svolge in un suo immobile un'attività solo parzialmente commerciale, pagherà l'imposta non per l'intero immobile, ma per la parte adibita ad attività commerciale”.

Secondo Avvenire, tuttavia, “alcuni, nel mondo del 'senza fine di lucro' potrebbero restare ancora con il fiato sospeso.

Il caso più evidente è quello delle scuole paritarie, non statali, che svolgono un servizio pubblico.”

“L'Imu ci obbliga alla chiusura – l'allarme arriva dal segretario nazionale Salesiani scuola, don Alberto Zanini - già adesso stiamo vendendo le case di don Bosco per pagare la messa in sicurezza degli edifici, se il governo ci tartassa pure con questa imposta iniqua dovremo chiudere le nostre scuole, licenziare gli insegnanti”.

“Le scuole cattoliche - spiega don Zanini - fanno risparmiare allo Stato 5 miliardi di euro all'anno.

Se devono pagare l'Imu sarebbero in gran parte costrette a chiudere.

Quindi per il governo non sarebbe un nuovo provento ma la fine di un risparmio”.

"Per le scuole è necessario precisare - è stata la risposta  data nei giorni seguenti dal premier Mario Monti, intervenendo in Commissione Industria al Senato - perchè sono esenti dall'Imu quelle che svolgono attività secondo modalità non commerciali stabilite secondo alcuni parametri".
 
Una questione critica non solo per le scuole, naturalmente, perchè nel mirino anche tanto del patrimonio immobiliare che fa capo alla Chiesa e che si occupa di walfare.

“E' viva la preoccupazione circa lo sviluppo delle decisioni che il governo vuole intraprendere circa la tassazione di nostri beni immobili” si legge in una nota il presidente della Conferenza italiana dei Superiori maggiori (Cism), don Alberto Lorenzelli, in occasione della presentazione a Roma del volume “Per carità e per giustizia. Il contributo degli istituti religiosi alla costruzione del welfare italiano”.

Qualche numero arriva appunto da questo "censimento" delle opere della Chiesa - condotto dalla Consulta nazionale ecclesiale dei servizi socio assistenziali e dall'Ufficio nazionale pastorale della sanità della Cei –  che sul territorio italiano ha monitorato 14.246 i servizi sanitari, sociosanitari e socio-assistenziali direttamente o indirettamente collegati con la Chiesa.

Per gli anziani forte la presenza di case di riposo (il 20% del totale dei servizi residenziali); per minori, famiglie in difficoltà, immigrati e nuove povertà prevalgono invece le reti di assistenza domiciliare, centri diurni, centri di ascolto.

Circa due terzi delle opere collegate alla Chiesa hanno carattere non residenziale (62,4%); il 37,6% è organizzato per dare assistenza a diversi tipi di utenti. In generale, il 47,9% dei servizi si trova al Nord, il 23,6% nel Centro e il 28,6% al Sud e nelle isole.

In cima alla classifica la Lombardia (1.862 realtà), seguono Emilia Romagna (1.512), Toscana (1.492), Veneto (1.227).

Il 65% delle opere offre servizi residenziali, il 27% attività diurne semi-residenziali per un totale di 10.936 posti di accoglienza.

Vivono con un mix di entrate pubbliche (rette e contributi: 49%), rette a carico degli utenti e delle famiglie (56%), donazioni e offerte (52%), risorse proprie delle Congregazioni (56%).
 
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